martedì 13 aprile 2010

CERCO ASILO...

Redazione “Scuolinfanzia” –Forlì

La convenzione del Comune di Forlì con i nidi a gestione privata della città fa discutere, trova consensi, ma suscita anche borbottii. Insomma, scalda gli animi facendo rivivere battaglie d’altri tempi, con l’affiorare di antichi steccati, quasi un ritorno a guelfi e ghibellini
Ma a Forlì non è in gioco il rapporto tra scuola pubblica e scuola privata, rapporto che qui gode di buona salute, né il fatto che le casse comunali – pur in un periodo difficile – versino contributi ai servizi educativi per l’infanzia privati (nel caso particolare ai nidi per i bambini da 0 a 3 anni, ma anche alla scuola dell’infanzia tra i 3 e i 6 anni). E’ comprensibile che chi assolve ad una funzione di pubblica utilità possa godere del sostegno pubblico “a sgravio” –come si diceva una volta – della spesa che l’ente pubblico dovrebbe accollarsi per erogare lo stesso servizio, a volte con un costo maggiore (ma poi vedremo perché).
Un classico esempio di sussidiarietà. La questione però è un’altra e riguarda le regole ed i principi da rispettare per ambire a svolgere una funzione pubblica.
La tesi dei “liberisti” è che non ci sia bisogno di troppe regole da condividere con l’ente locale, ma che ogni scuola (o nido) possa agire in totale autonomia (autarchia?), in ossequio al principio del rispetto della libertà, della propria identità, contro i lacci e lacciuoli di certo vetero-statalismo (sembra di sentire i critici della riforma Obama sulla sanità pubblica). Dunque, scuole con un proprio specifico progetto educativo, proprie regole di accesso e iscrizione (non una graduatoria pubblica), reclutamento discrezionale dei docenti…
In punta di diritto non fa una piega: se è scuola libera, sia libera fino in fondo. Tanto saranno cittadini e genitori a valutare la sua qualità ed a sceglierla in base alle proprie convinzioni ed idee educative. Giusto. Con qualche se e con qualche ma. Se tutti i cittadini adottassero questo atteggiamento nei confronti dei servizi pubblici essenziali (educazione, salute, trasporti, previdenza, assistenza, ecc.) sarebbe grande il rischio di perdere ogni sentimento di “bene comune”, di struttura pubblica, di spazi comuni di incontro e di confronto, come è nel caso della scuola e dei servizi educativi.
Se ogni singolo gruppo, di ispirazione religiosa, etnica, culturale, sociale, territoriale, preferisse ricorrere ad una scuola a propria immagine e misura, le ragioni e la spinta a costruire qualcosa insieme, un’idea di futuro comune, di solidarietà e di integrazione, sarebbero fortemente compromesse. Non impossibili, ma certamente più difficili.
Non riusciamo ad immaginare un bene comune come semplice “sommatoria” di tante identità particolari. Una convinzione che portò alla nascita della scuola pubblica con Condorcet (oltre 200 anni fa, dopo l’illuminismo e dopo le rivoluzioni liberali e democratiche). Ma non vogliamo inseguire vecchie ideologie.
Ripartiamo allora dalla nostra Costituzione, che è forse il frutto migliore di un incontro coraggioso di culture, di idealità, di ispirazioni religiose e laiche, tutte capaci di costruire un nuovo discorso pubblico, una narrazione per una nuova storia da costruire. Ma lì si dice che “la Repubblica…istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi” (art. 33). Ripartiamo anche dalla legge 62/2000 (Prodi-Berlinguer) sulla parità scolastica tra statale e non statale (parità di diritti, ma anche di doveri). In questa legge –non da tutti condivisa- il riconoscimento di una funzione pubblica del privato si accompagna alla richiesta, all’accertamento ed alla verifica di specifici requisiti, di regole, di trasparenza, pur nel rispetto delle identità, che non può però incrinare il comune richiamo ai valori costituzionali e massimamente al principio della “scuola aperta a tutti” (art. 34).
Ora, nel caso specifico della situazione che si osserva a Forlì, ci sembra che questi principi non siano pienamente rispettati. Ci riferiamo a due diversi segmenti dei servizi per l’infanzia: i nidi (0-3 anni) e le scuola dell’infanzia (3-6 anni).
Nel primo caso la domanda di “nidi” è ancora forte e ci sono liste di attesa, pur avendo Forlì una quota di servizio nettamente superiore alle medie non solo italiane, ma emiliano-romagnole ed europee. Certamente grazie all’impulso storico del Comune (copre oltre i 2/3 dell’utenza), ma anche all’intervento più recente del settore privato (in genere non-profit). Quest’ultimo sostenuto anche dalle convenzioni con il Comune. Sarebbe corretto che l’intero sistema pubblico-privato si muovesse in una logica integrata, per esempio definendo criteri comuni (e, perché no, una graduatoria coordinata) per l’accoglienza dei bambini da 0 a 3 anni, a partire dalle situazioni di reale bisogno sociale ed educativo. Un posto al nido, in molti casi, significa possibilità di lavoro per mamme e papà, sollievo al reddito, opportunità di valorizzazione e integrazione sociale. E invece no, nell’ultima convenzione stipulata, i posti “convenzionati” spettano solo ai richiedenti quelle specifiche strutture private, a prescindere da graduatorie, esigenze, bisogni. Così spenderemo fondi pubblici con il rischio di non venire incontro alle esigenze, pubblicamente accertate, di reale bisogno dei cittadini. Il nido privato o la scuola paritaria, infatti, accoglie in base alla adesione ad un progetto educativo[1]. C’è dunque un problema evidente di libertà e di “equità”.[2]
Nel secondo caso (3-6 anni) le richieste corrispondono ai servizi offerti, con qualche recente difficoltà –visto il disimpegno dello Stato verso l’espansione di un servizio che oggi è universale (ma è considerato dalle leggi ancora opzionale). A Forlì, lo Stato, il Comune, i privati, costituiscono una solida rete di scuole di qualità che fa onore alla città. Anche in questo settore sono previsti convenzioni e fondi pubblici al sistema privato. Nulla da eccepire, anche se le casse delle scuole dell’infanzia statali piangono miseria da anni e sarebbe doveroso un intervento compensativo dell’Ente locale (oltre che uno Stato meno avaro…). Ma c’è qualcosa che non funziona. E’ difficile cooordinare domanda ed offerta: ognuno fa per sé. Solo il Comune di Forlì, che accoglie il maggior numero di domande e poi le deve smistare verso altri gestori, predispone una graduatoria pubblica cittadina in grado di coniugare apprezzamento del bisogno sociale e scelta preferenziale della scuola. Le singole scuole private e le singole scuole statali, invece, raccolgono le domande dei genitori in proprio: un “fai da te” che provoca effetti ormai non più controllabili: scuole che non aprono nemmeno le iscrizioni (perché, sa, qui i posti sono prenotati da anni…) e scuole che si ritrovano oltre il 70% di bambini stranieri (magari da una parte e dall’altra della stessa strada…). Ma allora, la “scuola aperta a tutti”? L’incontro tra culture? Il dialogo sociale sul portone della scuola? Valori che danno forza ad una comunità. Pensiamoci senza egoismi di bottega o pregiudiziali, appunto, ideologiche.

Da “Suolinfanzia/Cidi”, n. 2, aprile 2010.

[1] Tra i criteri di ammissione ai nidi privati convenzionati, si legge sulla stampa locale, si fa riferimento alla precedenza per chi “ha un fratello o una sorella che già frequenta la scuola, i figli di genitori con particolari disagi oppure di coloro che lavorano o sono volontari negli enti che gestiscono il nido; poi si tiene conto del bacino di utenza e della cronologia nel presentare la richiesta”.
[2] Non è un caso, che per la parallela vicenda dei “voucher”, cioè dei contributi pubblici per la frequenza di un nido privato, la Regione Emilia-Romagna richieda di passare attraverso una unica graduatoria pubblica gestita con un bando del Comune.

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